Aminta. L’amore secondo Latella

28 gennaio 2019

L’amore come tensione alla ricerca, fino al punto di negare se stesso per rigenerarsi. Questa volta Antonio Latella, maestro della scena italiana, tra i registi più interessanti del teatro internazionale e attuale direttore della Biennale Teatro di Venezia, esplora il sentimento più narrato e inafferrabile della storia umana. Lo fa portando sul palcoscenico l’Aminta di Torquato Tasso, con una regia che segna un passo in una nuova direzione. Un passo notevole, infatti, perché se per l’artista i classici antichi e moderni, dalla tragedia greca a Eduardo De Filippo, sono sempre stati materia da indagare e stravolgere, con Tasso invoca invece una regia ‘trasparente’, minimalista, priva di orpelli. L’esito di questo nuovo viaggio di esplorazione tra poesia e lingua si potrà vedere al Teatro Alighieri di Ravenna il 31 gennaio alle 21, nell’ambito della Stagione dei Teatri, dove Latella ha già presentato negli anni passati “Il servitore di due padroni”, da Goldoni e “Ti regalo la mia morte Veronika”, tratto dal cinema di Fassbinder. A calcare la scena, firmata da Giuseppe Stellato, quattro attori: Michelangelo Dalisi, Emanuele Turetta, Matilde Vigna, Giuliana Bianca Vigogna. La drammaturgia è invece di Linda Dalisi mentre i costumi di Graziella Pepe, le musiche e il suono di Franco Visioli e le luci di Simone De Angelis.

“Vorrei provare ad essere fuori dal gioco – spiega dunque il regista nelle sue note – non stabilire regole ma seguire regole che non vengono decise da me ma da chi ha scritto. Penso a una regia che si affidi all’estetica stilistica della lingua, capace di una vertiginosa verticalità, piena di senso e non di analisi; un nuovo territorio di ricerca”. Le regole da seguire sono quelle di uno dei capolavori della letteratura italiana, un dramma pastorale che racconta le vicende del pastore Aminta e del suo amore per la ninfa Silvia. Nell’opera del Tasso Latella individua la compresenza di due forze: la ricerca di innovazione linguistica e la tensione verso un classicismo da reinterpretare. Al centro della vicenda c’è appunto l’amore, ma il dramma per la verità è privo di azione, perché nulla di ciò che è rilevante per la vicenda accade sotto gli occhi degli spettatori, ad eccezione del pianto di Silvia, la ninfa dal cuore di ghiaccio che si scioglie in lacrime quando cede ai sentimenti.

Ma di cosa parliamo quando parliamo d’amore? “L’amore esiste se non c’è inganno – spiega Latella – di conseguenza Amore non esiste. Il nostro tentativo è quello di lavorare sull’assenza dell’amore e sulla ricerca di esso, prendendo a prestito la grandezza dei versi di Torquato Tasso. Lavorare su questo piccolo teorema è stimolante soprattutto se per avvicinarsi ad esso si scelgono i versi, la loro spinta evocativa inarrestabile. È il verso che si fa dardo e la parola che si fa esperimento stimolando una trasparenza della regia; vorrei provare ad essere fuori dal gioco, non stabilire regole ma seguire regole che non vengono decise da me ma da chi ha scritto. Penso a una regia che si affidi all’estetica stilistica della lingua, capace di una vertiginosa verticalità, piena di senso e non di analisi; un nuovo territorio di ricerca. Aminta di Torquato Tasso è un dramma pastorale che racconta le vicende del pastore Aminta e del suo amore per la ninfa Silvia. Il nome greco Amyntas deriva dal verbo greco amynein, ‘difendere, proteggere’, traducibile con ‘colui che protegge’; in latino, Amyntor. Proteggere cosa? Proteggersi da chi? Difendersi? Difendere una forza creativa al punto da negarla, negare l’amore perché possa riprodursi in fonte di ispirazione assoluta, lontana dalla storiella dell’innamorato non corrisposto”. Lo stile evocativo dei versi farà quindi del discorso un canto, una ricerca di cui la musica diviene motore, la forma che l’Amore assume in ogni essere umano e la sua forza creativa, fonte di ispirazione assoluta”.

Aminta è una produzione di Stabilemobile in collaborazione con AMAT e Comune di Macerata.