Anime a nudo, nel Giardino dei ciliegi di Serra

23 gennaio 2020

Il suo Macbettu, riscrittura in sardo del celebre capolavoro shakespeariano, in un paio d’anni è diventato uno spettacolo cult. Oltre cento repliche, riconoscimenti prestigiosi come il Premio Ubu 2017 per il miglior spettacolo dell’anno e il Premio ANCT 2017, e oltre cento repliche in Italia e in giro per il mondo. Adesso Alessandro Serra tenta la via di un altro grande classico. Dopo il debutto a Cagliari e un passaggio alla Biennale di Venezia, il suo Giardino dei Ciliegi coprodotto da molti soggetti tra cui Sardegna Teatro e Accademia Perduta/Romagna Teatri, arriva al Teatro Diego Fabbri di Forlì dal 23 al 25 gennaio alle 21 e il 26 gennaio alle 16.

Il confronto con il testo checoviano (l’ultimo da lui scritto) è arduo, non solo per il suo carattere di opera capolavoro e per l’eredità costituita dalle rappresentazioni che hanno preceduto quella di Serra, ma per la natura stessa della scrittura del drammaturgo russo che alle sue prime apparizioni, prima di diventare riferimento per le innovazioni del Teatro d’Arte di Mosca di Stanislavskij e Dancenko, aveva posto non pochi problemi a chi tentò di metterla in scena. Nei testi di Čechov non succede quasi niente, non c’è azione da far compiere agli attori, o meglio non per com’era intesa a teatro a cavallo tra otto e novecento, perché tutto ciò che accade è il dispiegarsi della vita interiore, dei sentimenti, dei pensieri dei personaggi. E in effetti anche nel Giardino dei Ciliegi la famiglia aristocratica, che vediamo arrovellarsi nella propria proprietà messa all’asta per pagare l’ipoteca, non agisce mai davvero per salvarla e finisce per perderla definitivamente.

“Nell’opera – sottolinea lo stesso Serra nelle sue note – non c’è trama, non accade nulla, tutto è nei personaggi. Una partitura per anime in cui i dialoghi sono monologhi interiori che si intrecciano e si attraversano. Un unico respiro, un’unica voce. Non vi è alcun tono elegiaco, è vita vera distillata: si dice, si agisce. Un valzerino allegro in una commedia intessuta di morte. Comicità garbata, mai esibita, perfetto contrappunto in un’opera spietata e poetica. I personaggi ridono e si commuovono spesso, il che non significa che si debba piangere davvero, è piuttosto uno stato d’animo, scrive Čechov in una lettera, che deve trasformarsi subito dopo in allegria. Velando di lacrime gli occhi dei suoi personaggi Čechov suggerisce la visione sfocata della realtà sensibile, una realtà spogliata dai contorni”. Ed è con questi toni che si confronta il regista che è anche autore della drammaturgia, delle scene, dei suoni, delle luci e dei costumi. A dare voce e corpo ai magnifici personaggi checoviani, Arianna Aloi, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Marta Cortellazzo Wiel, Massimiliano Donato, Chiara Michelini, Felice Montervino, Fabio Monti, Massimiliano Poli, Valentina Sperlì, Bruno Stori e Petra Valentini. Il pubblico potrà conversare con gli attori il 25 gennaio alle 18 al Ridotto del Teatro Diego Fabbri.