Architecture. Il fallimento della ragione secondo Rambert

19 febbraio 2020

Quando ha riunito sulla scena di un unico monumentale spettacolo Emmanuelle Béart, Audrey Bonnet, Anne Brochet, Marie-Sophie Ferdane, Arthur Nauzyciel, Stanislas Nordey, Denis Podalydès, Pascal Rénéric, Laurent Poitrenaux e il grandissimo Jacques Weber, non era nelle sue intenzioni, racconta Pascal Rambert, radunare un cast stellare. Eppure, quel che l’autore, regista e coreografo francese ha fatto con Architecture è proprio mettere insieme molti tra i migliori interpreti contemporanei, attrici e attori con cui aveva già lavorato negli ultimi otto anni nelle sue numerose opere che gli sono valse altrettanti premi: su tutti il Premio Teatro dell’Académie Française, ricevuto nel 2016.

L’opera in questione è  una sorta di summa,  punto d’arrivo di fili di pensieri, o meglio di lotte, di battaglie vis a vis, che negli anni si sono consumate tra persone, coppie soprattutto. Come avveniva in Clôture de l’amour, dove assistevamo alla separazione per l’appunto di una coppia, o in Répétition, dedicata alla difficile arte di essere buoni attori, di essere sempre, ad ogni replica, sinceramente “presenti” in scena (per citare due delle sue pièce andate in scena anche in versione italiana). E così Architecture, per confessione dello stesso autore, contiene parti di Clôture, Répétition, di Soeurs, De mes propres mains, L’Art du Théâtre, Répétition; abbattendo per una volta la quarta parete, Rambert si rivolge al pubblico e mescola opere passate e presenti in cui sempre emergeva una dinamica di dolori e catarsi, per raccontare di un dolore collettivo più grande, più diffuso, di una lotta gigantesca e fallimentare: quella che ha visto la più raffinata ragione crollare sotto i colpi della follia degli anni tra le due guerre.

Tra gli spettacoli imperdibili di Vie Festival 2020, questo nuovo Architecture (che ha debuttato ad Avignone a luglio 2019) co-prodotto da Ert , in scena all’Arena del Sole di Bologna il 22 e 23 febbraio, fa i conti con la pazza Europa dei foschi anni che vanno dal 1911 al periodo dell’Anschluss, quelli cioè che portarono alla Seconda Guerra mondiale, mettendo al centro una famiglia brillante composta da compositori, architetti, filosofi, scrittori, scienziati, scrittrici, attrici, pittrici ma soggiogata da un padre folle e violento. Metafora nella metafora, dal momento che la pièce racconta (in tre ore in di recitazione, canto e ballo) come tutto quel loro conoscere e lottare per la bellezza e il pensiero diverrà cenere di fronte all’ascesa del nazismo.

L’architettura, – spiega infatti Rambert – esprime il dubbio di fronte a ciò che è stato costruito; l’idea principale del gioco è che tutte le cose in cui si crede, queste cose che sembrano così forti, ben costruite, ben progettate, tutte queste cose che vogliono ricordarci che non siamo selvaggi, che viviamo in un mondo ben strutturato, ben costruito, con un alto livello di linguaggio, di grammatica, di organizzazione politica, di realizzazione artistica e sociale, attraverso quei legami che tengono una famiglia, un paese, un continente insieme, tutte queste cose che si danno per scontate, indistruttibili, possono essere spazzate via”.

Un monito agghiacciante per il presente, a cui pure Rambert, molto raffinato nella ricostruzione storica tramite costumi, musiche e ambientazione, offre riferimenti diretti inserendo oggetti della contemporaneità (come i portatili da cui gli attori alla fine leggeranno le indicazioni sceniche dello spettacolo che stanno scrivendo). Un modo per collegare ieri ed oggi, per ricordare che a perdere valore dinanzi alla follia è innanzitutto il linguaggio, che a un certo punto smette di dire il mondo e osserva inerme il totale, disastroso fallimento della ragione.