Bramare il potere: Donnellan rilegge Middleton

08 gennaio 2019

Quanto c’è di quel Seicento inglese fatto di rancore e ingiustizie, intrighi, corruzione, narcisismo e brame di potere, nel nostro presente? I registi di tutto il mondo hanno provato a raccontarlo attraverso migliaia di riscritture shakespeariane. Ma c’è un altro autore della tradizione britannica, contemporaneo al Bardo, che ha condiviso con lui lo scenario elisabettiano, raccontandolo in numerose city comedies e revenge tragedies cariche di un cupo senso di minacce incombenti: Thomas Middleton. La sua Tragedia del Vendicatore del 1606, in cui attribuiva ai personaggi nomi “parlanti” come Vindice, Spurio, Supervacuo, Lussurioso, Ambizioso, Castiza, sarà in scena al Teatro Arena del Sole di Bologna dal 10 al 13 gennaio, e allo Storchi di Modena dal 17 al 20 gennaio.

La regia dello spettacolo è di Declan Donnellan, uno dei massimi registi viventi, che dell’allestimento firma anche la drammaturgia, a partire dalla versione italiana di Stefano Massini. Inglese, classe 1953, regista, drammaturgo e fondatore, insieme a Nick Ormerod, della compagnia Cheek By Jowl, e regista associato al National Theatre di Londra, confrontandosi con i grandi della tradizione classica occidentale, da Sofocle a Racine a Shakespeare, Donnellan si è meritato un posto d’onore nell’olimpo dei grandi registi contemporanei e, tra innumerevoli riconoscimenti, un Leone d’oro alla carriera nel 2016.

Nel dirigere per la prima volta degli attori italiani nella coproduzione Piccolo Teatro di Milano e Ert, il regista evidenzia la relazione che all’epoca di Middleton l’Inghilterra aveva con l’Italia, vista dagli abitanti d’oltremanica come “un luogo proibito che ben pochi inglesi avrebbero visitato. L’Europa cattolica rappresentava per gli inglesi protestanti un altrove simile a quel che la Russia sovietica incarnava quando eravamo ragazzi: era il potenziale invasore, latore di un’ideologia perniciosa”. Di quel tempo di boom economico e bancarotta, dominato da un disagio sociale destinato a sfociare in una rivoluzione, Middleton racconta appunto le trame di un governo corrotto e di un popolo comprato con poco. “Descrive cioè – spiega ancora il regista – una società ossessionata dal sesso, dalla celebrità, dalla posizione sociale e dal denaro, dominata dal narcisismo e da un bisogno compulsivo di auto rappresentarsi per convincere gli altri – ma soprattutto se stessi – di essere buoni e belli”. Parole che risuonano con macabra forza nel nostro presente.

Sulla scena ideata da Ormerod, che firma anche i costumi, sotto le luci di Judith Greenwood e Claudio De Pace, e immerso nel sound delle musiche originali di Gianluca Misiti, un ricco cast di attori composto da Ivan Alovisio, Alessandro Bandini, Marco Brinzi, Fausto Cabra, Martin Ilunga Chishimba, Christian Di Filippo, Raffaele Esposito, Ruggero Franceschini, Pia Lanciotti, Errico Liguori, Marta Malvestiti, David Meden, Massimiliano Speziani e Beatrice Vecchione, compone l’affresco di un microcosmo che non sarà difficile riconoscere.

È proprio sugli attori, d’altronde, che saranno puntati gli occhi, dal momento che Donnellan è un regista-pedagogo noto per le sue collaborazioni con interpreti di tutto il mondo, tra cui quelli russi, con i quali ha fondato perfino una compagnia stabile nel 2000. Proprio in Russia è apparso, nel 2001, il suo fortunatissimo testo “The Actor and the Target”, tradotto in quindici lingue, tra cui l’italiano (“L’attore e il bersaglio”, Dino Audino, 2002) in cui il regista racconta le intuizioni sulla recitazione già sviluppate sulla scena. Prima su tutte, il rifiuto dell’individualismo dell’attore a favore di un impianto recitativo collettivo, in cui ciascuno può agire e parlare solo considerandosi in relazione all’altro.