Cattive coscienze. Sblocco(5) racconta il Bue nero Mussolini

25 novembre 2019

Cosa resta dei grandi fatti della storia civile quando i corpi che l’hanno segnata, vissuta, testimoniata (o negata) non ci sono più? Oggi, per esempio, a un passo dalla scomparsa definitiva di tutti i testimoni dell’abominio dei lager nazisti, la questione di chi ricorderà e come quell’esperienza atroce che ha mutato per sempre il volto del mondo si fa irrimandabile, scatenando guerriglie politiche intorno alla “titolarità” della memoria, e perfino alla opportunità o meno di viaggi studenteschi ad Auschwitz.

Di fronte al timore di un possibile dilagare di un negazionismo o di un revisionismo storico, come pure alla necessità di ritrovare nel presente i segni di ciò che è stato con la fiducia di una Storia che sconfessando la tradizione possa finalmente fare da maestra, sono molte le esperienze artistiche e letterarie che si fanno carico di tramandare la memoria di chi ha vissuto direttamente, sul proprio corpo, l’orrore, e di difenderne l’autenticità della parola. È il caso di Io non ci sono, un progetto teatrale triennale lanciato dalla giovane compagnia (S)Blocco5, che ha vinto il Bando per la Memoria del Novecento della Regione Emilia-Romagna. Il progetto prevede tre spettacoli da realizzare in luoghi simbolo della storia del fascismo in regione, che attraversano gli anni dal 1912 al primo ventennio repubblicano, con un focus sul rapporto tra socialismo-fascismo-antifascismo-postfascismo.

Il progetto parte il 7 dicembre alle 21 al Teatro Testori di Forlì, con il primo spettacolo della trilogia, Il Bue nero. O della cattiva coscienza degli italiani. E più che alla storia dei fatti Yvonne Capece, regista del gruppo, insieme al dramaturg Marzio Badalì e a Micol Vighi che cura scene e costumi, guardano subito alla storia emotiva, alla colonna vertebrale della società del tempo su cui si concentrano le loro ricerche tra saggi, documenti e testimonianze, ovvero alle evoluzioni della coscienza, a quella morale ballerina che ha caratterizzato il pre e il post fascismo e che sembra inscritta nel dna umano, o almeno in quello italiano. Il Bue nero infatti, come spiegano gli autori, è una Body History, “un viaggio nei corpi e nella coscienza degli italiani, nel rapporto che hanno creato con i corpi e i luoghi, con la memoria dei morti e con i leader vivi, nel trattamento riservato al corpo, vivo o morto, dall’omicidio di Matteotti fino all’esposizione dell’ingombrante cadavere storico di Mussolini, pericoloso tabù negli anni della fondazione dell’identità repubblicana”.

Spingendo sui toni del grottesco, tipici di un teatro che prova a capire, analizzare, spiegare, intervenire, lo spettacolo riflette sulle incongruenze della natura umana, mettendo al centro una delle carcasse illustri del Novecento, quella del Duce appunto, “un corpo enorme, invasivo – spiega la regista – che ha dominato per vent’anni lo scenario politico ed emotivo degli italiani, e che anche da morto è riuscito a mettersi di traverso e sbarrare la strada alla democrazia. Questo lavoro riflette sull’ingombranza del corpo del dittatore, e sul peso esercitato sulla coscienza degli italiani, raccontato attraverso una successione di quadri onirici – grotteschi e simbolici – che rendono lo spettacolo più simile a un viaggio nelle anime d’Italia che nei suoi eventi storici”. In scena Elisa Petrolini e Nicola Santolini danno vita perciò a una babele di personaggi, a una lunga processione di “fantasmi della vergogna”.

Il Bue nero è una produzione di (S)Blocco5 con il contributo di Regione Emilia-Romagna in partnership con Elsinor Centro di Produzione Teatrale e AICS Bologna.