Celestini racconta Barzellette

30 ottobre 2019

È stato tra i protagonisti della felice stagione del teatro civile e di narrazione che ha spopolato sulle scene tra gli anni Novanta e i primi duemila, ma la sua radicale fedeltà a se stesso e al mondo degli ultimi che ha sempre voluto raccontare attraverso il teatro ne ha fatto un emblema non di una forma ma di un pensiero militante su memoria, storia recente e immaginario collettivo, capace di andare oltre ogni moda e ogni ondata di consenso. Così, a vent’anni dal debutto della sua ormai celeberrima Radio Clandestina (reinserita in repertorio proprio per celebrare il ventennale), e con in tasca molti premi tra cui due Ubu, Ascanio Celestini continua a fare arditi e funambolici esperimenti con le parole, e insieme al musicista Gianluca Casadei approda ad una delle forme più popolari del linguaggio, ovvero alle barzellette.

Il 31 ottobre alle 21, al Teatro Comunale La Casa del Popolo di Castello d’Argile, nel cartellone della quarta stagione di Agorà, va in scena uno studio del nuovo lavoro di Celestini, che attinge appunto a un corpus di oltre duecento barzellette raccolte dall’artista in un libro appena pubblicato da Einaudi. Sono storie divertenti e scorrette, provenienti da ogni parte del mondo, che pescano nel torbido attraverso l’ironia, per dimostrare che tra gli uomini ci sono tante differenze culturali, linguistiche, religiose, ma in fondo anche una marea di somiglianze profonde, che ci permettono di riconoscerci come esseri di una stessa specie, e di ridere a crepapelle dei nostri infiniti limiti.

 Le barzellette – spiega infatti l’artista romano – hanno attraversato il mondo e le culture vestendosi dell’abito locale, ma portando con sé elementi pescati ovunque. La stessa struttura di una storiella sarda che racconta la lite tra vicini la ritroviamo in una barzelletta cecoslovacca sull’invasione russa del ‘68. I carabinieri italiani in Francia diventano belgi. I tirchi sono scozzesi o genovesi e, un po’ ovunque, ebrei. Le barzellette sugli afroamericani quando arrivano in Italia finiscono sul corpo degli zingari. Se ne racconti solo un paio rischi di fare il gioco dei razzisti. Ma se ne metti in fila tante dimostri che nelle storielle c’è anche una grande compassione. Ci ricordano infatti che possiamo ridere di tutto e soprattutto di noi”. E di gusto si ride con Celestini, che nelle sue barzellette non teme né la scorrettezza politica né la volgarità più becera, ma non si ride mai senza amarezza e una buona dose di vergogna per la crudele indifferenza che si nasconde puntualmente dietro la scorza di perbenismo che imbelletta la nostra società.

La Stagione Agorà è promossa da Unione Reno Galliera con il contributo di Regione Emilia-Romagna