Crollare in mondovisione. Il ritorno di <OTTO> di Kinkaleri

10 gennaio 2020

Quando nel 2002 vinse il Premio UBU per il migliore spettacolo di teatrodanza dell’anno, <OTTO> non aveva ancora visto il suo debutto, che sarebbe avvenuto solo l’anno dopo. Kinkaleri, il gruppo toscano di performer che lo aveva ideato, stava ancora girando l’Italia con gli studi del lavoro. Non capita spesso che uno studio vinca il massimo premio italiano per il teatro, ma quel caso fu eccezionale. Complice un collettivo di artisti strepitosi (lo confermeranno il tempo e le carriere a venire) quali erano i componenti di allora di Kinkaleri, ovvero Matteo Bambi, Luca Camilletti, Massimo Conti, Marco Mazzoni, Gina Monaco e Cristina Rizzo, ma soprattutto la capacità di intercettare un sentimento del presente preciso, nitido, illuminante, ovvero il senso di vuoto assoluto dei primi anni duemila, il crollo in mondovisione, <OTTO> è diventato un vero e proprio cult.

Lo spettacolo, tra sperimentazione teatrale, performance e installazione, stupiva per la capacità di raccontare attraverso immagini non scontate il senso di smarrimento, di implosione di una postmodernità in cui non c’è nessuna storia da raccontare perché il racconto richiede un senso, un orientamento, mentre lì, come qui, non rimane che un panorama desolato, apocalittico ma senza pathos. Ed è quello stesso sentimento che torna ora a interrogare il pubblico in un riallestimento dell’opera che vede in scena non i performer originari, ma artisti giovani, ovvero Filippo Baglioni, Chiara Bertuccelli, Andrea Sassoli e Mirco Orciatici. Fuori dall’idea di “repertorio”, <OTTO> torna quindi non come opera che resiste nel tempo, ma per chiedersi e chiederci quanto siamo cambiati (o no) rispetto a quei primi anni duemila. E se Kinkaleri è cambiato, almeno nella sua conformazione, essendo oggi composto da tre soli dei performer fondatori, ovvero Massimo Conti, Marco Mazzoni, Gina Monaco, poco distante appare il mondo tratteggiato dallo spettacolo che in regione si potrà vedere al Teatro delle Passioni di Modena sabato 11 alle 20 e domenica 12 gennaio alle 17.

Performer diversi ma struttura identica: “Una persona entra in scena e cade. Più precisamente non entra per cadere, ma cade perché entra. Una caduta che potrebbe essere l’unica, in assoluto, che contiene tutto lo spettacolo, alla quale seguono altre cadute, che possono essere considerate delle note a piè pagina, evoluzioni di quella prima archetipica caduta”. La scena è infatti una scena del crimine, dove restano solo tracce della vita, oggetti, azioni, situazioni, ma straniate, staccate, senza più racconto, senza soffio vitale, senza senso.