Giuliana Musso è La Scimmia

06 novembre 2019

Negli anni in cui Franz Kafka scrisse Una Relazione per un’Accademia, l’Europa veniva logorata dai peggiori nazionalismi: era il 1917, un momento storico caldissimo in cui il vecchio continente agonizzava ancora nel pieno della Prima Guerra Mondiale. Circa cento anni dopo, Giuliana Musso, attrice autrice e regista astro della scena italiana, rimette mano al racconto scritto dal grande autore ceco di lingua tedesca, con la traduzione e la consulenza drammaturgica di Monica Capuani, e riscrive quell’opera nata tra il fuoco e le fiamme di un mondo alla deriva, per farne una pièce teatrale originale. Lo spettacolo s’intitola La Scimmia, dalla figura protagonista del fortunato testo originale,  prodotto da La Corte Ospitale con Operaestate Festival Veneto, va in scena al Teatro Alice Zeppilli di Pieve di Cento l’8 novembre e il giorno successivo, 9 novembre, a Itc Teatro di San Lazzaro.

Seguendo il dettato letterario, la Musso, in scena da sola con le musiche originali composte ed eseguite da Giovanna Pezzetta e il movimento a cura di Marta Bevilacqua, veste appunto i panni di una scimmia, o meglio, di un essere per metà scimmia e metà uomo, un animale che sa comportarsi come un umano, come un buffone, un comico che canta e balla, un fenomeno da baraccone. Scopriremo che la sua libera, felice capacità di stare nel mondo secondo le regole della sua natura, del suo corpo, della sua specie, è stata minata dagli uomini nel giorno stesso in cui durante una battuta di caccia (che in Kafka si svolge in Africa) l’hanno catturata, torturata e deportata a casa loro. Di fronte a un uditorio di illustri Accademici, all’alta società del pensiero e della scienza, la scimmia racconta allora la sua incredibile storia, fatta prima di violenza e sopruso fisico e poi di una scelta radicale di totale abdicazione alla sua storia, alla sua unicità, alla sua vita nella fortesta, alla chimica del suo corpo, per imitare in modo sempre più preciso (e quindi divertente, nella logica del circo) il linguaggio di quegli stessi umani che l’hanno privata della libertà. Una strategia di sopravvivenza vincente e suicida, raccolta in metafora da una parabola dell’omologazione che racconta il dramma della rinuncia a sé, per sottostare senza altra possibilità alle regole di un patriarcato che in forme diverse e subdole continua a dettare le regole del gioco della società contemporanea.