Homo Deus. L’Ulisse contemporaneo di Paolini, Niccolini e Vacis

08 ottobre 2019

Era nato sotto forma di Odissea tascabile nel 2003, quando Marco Paolini, nel sito archeologico di Carsulae, con le improvvisazioni musicali di Giorgio Gaslini e Uri Caine, mise in scena il primo racconto dal titolo U. Il confronto tra l’attore e la figura di Ulisse si è poi evoluto nel tempo fino a diventare oggi un’opera compiuta intitolata Nel tempo degli dei. Il calzolaio di Ulisse, prodotto dal Piccolo Teatro di Milano, con una drammaturgia condivisa con Francesco Niccolini e la regia di Gabriele Vacis.

Nello spettacolo, che aprirà la stagione del Teatro Storchi di Modena con quattro repliche dal 10 al 13 ottobre, tre grandi voci della scena italiana raccontano una delle ferite più significative del presente, il rapporto perduto col divino in un tempo in cui gli dèi siamo noi, occidentali bianchi, padri di un sistema sociale dominato da denaro e tecnica, che decide delle sorti di un mondo intero. Il punto di partenza è l’archetipo: l’eroico viandante che ha il coraggio e la capacità di sfidare uomini, dei, sirene e mostri. Ma l’Ulisse di Paolini non è l’uomo forte nel fiore degli anni, bensì un ex-guerriero invecchiato, ridotto a calzolaio viandante, che da dieci anni cammina verso non si sa dove con un remo in spalla, secondo la profezia che il fantasma di Tiresia, l’indovino cieco, gli fa nel suo viaggio nell’al di là, narrato del X canto dell’Odissea.

“Restare umani – spiega Paolini – sembra uno slogan troppo semplice e riduttivo, troppo nostalgico e rassicurante quando diventare semi-dei appare un traguardo possibile, almeno per la parte benestante del pianeta. Ulisse per me è qualcuno che di dei se ne intende e davanti alle sirene dell’immortalità sa trovare le ragioni per esistere”. “La nostalgia di casa, la nostalgia della moglie e del figlio erano sempre più forti di ogni tentazione – commenta Niccolini – Strano atteggiamento per un uomo che il mito ci ha consegnato come il simbolo di chi vuole superare ogni confine senza paura”.

L’Ulisse che si vedrà in scena, insomma, non assomiglia più a un antico e luminoso eroe, ma a un uomo esiliato e stanco, “un vecchio di oggi – chiarisce il regista Vacis – ancora molto in gamba, consapevole ma senza futili illusioni. È un saggio confuso e disorientato che ha bisogno di continuare a comprendere, nonostante tutto. È un Ulisse che, finalmente, prova ad ascoltare sua moglie, suo figlio, che prova a comprendere persino gli dei capricciosi che si sono giocati il suo destino. Per questo, in scena, Marco non sarà solo. Sartre diceva che l’inferno sono gli altri. Questo anziano Ulisse ha bisogno di comprendere quell’inferno che sono gli altri.”

Con Paolini in scena ci sono infatti Saba Anglana, Elisabetta Bosio, Vittorio Cerroni, Lorenzo Monguzzi, Elia Tapognani, con le musiche di Lorenzo Monguzzi a cui hanno dato un contributo Saba Anglana e Fabio Barovero. Scenofonia, luminismi e stile sono di Roberto Tarasco, mentre a firmare le luci è Michele Mescalchin.