La Classe. Il riscatto del sapere

06 febbraio 2019

Un professore alle prime armi di fronte a una classe difficile e una scuola per derelitti immersa nello squallore, ai margini di una cittadina lacerata dai conflitti sociali e dalle contraddizioni di un progresso che lascia indietro sempre più persone. È nell’attualità raccontata ogni giorno dai media, fatta di Europa e muri, di solitudini incattivite e di progetti speciali e sporadici, eroici tentativi di salvare qualcosa dall’inferno, che Vincenzo Manna ha affondato la penna per scrivere La Classe. La pièce del giovane drammaturgo è in scena al Teatro Fabbri di Forlì dal 7 al 9 febbraio alle 21 e il 10 febbraio alle 16, in uno spettacolo co-prodotto da Accademia Perduta/Romagna Teatri, Goldenart Production e Società per Attori, con la regia di Giuseppe Marini.

Le questioni affrontate dal testo sono tra le più esplorate da chi scrive per la scena oggi, ma il processo di composizione in questo caso è singolare, poiché Manna ha utilizzato a piene mani i frutti di un progetto portato avanti da Tecnè, da Società Italiana di Riabilitazione Psicosociale e da Phidia (con il sostegno di Amnesty International Sezione Italia) che hanno condotto una ricerca, basata su circa 2.000 interviste a giovani tra i 16 e i 19 anni, sulla loro relazione con gli altri, intesi come diversi, altro da sé, e sul loro rapporto con il tempo, inteso come capacità di legare il presente con un passato anche remoto e con un futuro non prossimo. Proprio questi argomenti e i risultati delle ricerche hanno nutrito la scrittura dell’autore, che nell’opera racconta il disagio giovanile tra conflitti e prove di riscatto sociale, sfruttando il topos dell’incontro tra maestro giovane ma appassionato e giovani arrabbiati ed emarginati, carichi di una vitalità dirompente da incanalare verso nuove possibilità di costruzione di futuro.

In scena, Claudio Casadio, Andrea Paolotti, Brenno Placido, insieme a Edoardo Frullini, Valentina Carli, Haroun Fall, Cecilia D’Amico e Giulia Paoletti a prestare corpi e voci alla classe d’istituto professionale immaginata da Manna, calata nei giorni d’oggi e in una cittadina europea in forte crisi economica, dove disagio, criminalità e conflitti sociali spopolano senza argini, emblematicamente riassunti nella relazione con lo “Zoo”, uno dei campi profughi più vasti del continente posto appena fuori dal centro della città. Albert, straniero di terza generazione intorno ai 35 anni, laureato in Storia, viene assunto per il potenziamento pomeridiano, ovvero per il recupero (insperato da tutti, anche dalla dirigenza scolastica) di sei studenti sospesi per motivi disciplinari. Sarà l’entusiasmo del giovane docente, il coraggio di abbandonare la didattica prevista e la sua capacità di suscitare curiosità verso un concorso dedicato a una ricerca su “giovani e adolescenti vittime dell’Olocausto” a riattivare le energie migliori degli allievi; tanto più che l’Olocausto di cui si finisce a ragionare non è quello perpetrato dal regime nazi-fascista ma quello attuale, quello che – scopriranno i ragazzi – si consuma tra le guerre civili che decimano intere città a pochi chilometri dal confine europeo, nell’indifferenza delle comunità internazionali; quello da cui scappano i rifugiati dello Zoo, la cui presenza è adesso considerata sotto una luce molto diversa. E l’esito di questa ‘consapevolezza’, avverte la regia, non è scontato.

Gli attori ne parleranno col pubblico anche in un incontro il 9 febbraio alle 18 al Ridotto del Teatro Diego Fabbri.