La Nostalgia di Dio di Lucia Calamaro

13 gennaio 2020

“Nostalgia di casa. Questo potrebbe essere l’altro titolo di questo spettacolo, in quanto per me, la casa sono gli affetti, e gli affetti sono l’unica dimensione rimasta che mi rapporti al sacro”. Così racconta il suo Nostalgia di Dio, Lucia Calamaro. Il nuovo spettacolo della autrice e regista romana racconta infatti una delle più invisibili e centrali questioni del presente: la nostalgia del divino, inteso come miracolo delle relazioni umane, in un tempo votato al nichilismo e alla solitudine.

D’altro canto, oltre ad essere tra le artiste più brillanti del panorama teatrale contemporaneo, Calamaro si distingue per la chiarezza della sua voce autoriale e per la coerenza della sua poetica. Lontano dai manifesti politici e dalle riscritture attualizzanti di pièce classiche, è infatti tra le poche in Italia a raccontare sulla scena le idiosincrasie più intime della classe media attuale, le ossessioni, le psicosi, le paure di chi pur non vivendo necessariamente in condizioni di precarietà economica o di marginalità sociale patisce un presente di vuoto di senso e di valori, come nel caso di Daria (Deflorian), protagonista dell’Origine del mondo, spettacolo del 2011 con cui Calamaro ha vinto ben tre premi UBU, o di Silvio (Orlando) al centro del più recente Si nota all’imbrunire: solitudine da paese spopolato.

Le figure in scena, in questa sua ultima fatica che ha visto il suo debutto alla Biennale di Venezia e che il 14 gennaio alle 21 approda al Teatro Laura Betti di Casalecchio, sono quattro.  Quattro personaggi legati da un’amicizia, le cui vicende psichiche si disvelano via via tra un campo da tennis, una cena in casa e una gita notturna per le chiese di Roma. La loro “nostalgia di Dio” fa capolino tra le maglie del dialogo, rompendo spesso la quarta parete tra un problema e l’altro della quotidianità. Francesco (Spaziani), per esempio, prova a vestire dignitosamente i panni di un padre separato, mentre la moglie Cecilia (Di Giuli) cerca di difendere la sua scelta di serenità, rivendicando per sé stessa una confusa forma di emancipazione; e poi ci sono Alfredo (Angelici) che porta in dote all’affresco una complessa vocazione al sacerdozio come sacrificio e rinuncia e Simona (Senzacqua) che cerca una propria indipendenza psicologica ed emotiva.

Nevrosi, mancanza, preghiere inascoltate sono così tessute dalla Calamaro per affrescare un interno borghese (illuminato da Gianni Staropoli) in cui il dolore si annoda in fin dei conti intorno a un unico tema più profondo: il nostos. La nostalgia di un qualche ritorno, di una qualche radice ultima, di un centro saldo a cui aggrapparsi per trovare un senso e un piacere alla propria esistenza.