La Vita nuova di Romeo Castellucci

05 gennaio 2020

Un grigio, desolato parcheggio, forse europeo, oppure americano, cinese, russo, australiano, africano, latino-americano. Un parcheggio qualunque nel mondo, insomma, dove un gruppo di alti sacerdoti neri vestiti con lunghe tuniche bianche annunciano la necessità e la venuta di un mondo nuovo. Sono fratelli, profeti, ma non arrivano né dal cielo né dal sottosuolo, da nessuna dimensione altra, lontana, esotica, bensì da lì, dal presente, da un ammasso di auto coperte da teli antipolvere che si animano. È nel rombo di quelle auto, nella loro forza in potenziale che si annida la possibilità di un altro domani.

La potenza delle immagini, l’ambiziosità della dimensione speculativa e l’asciuttezza delle parole sono inconfondibilmente di Romeo Castellucci. L’opera a cui si riferiscono è La vita nuova, recente produzione della Societas, che ha debuttato nel 2018 al Kanal – Centre Pompidou di Brussels, coproduttore del lavoro con Bozar, Center For Fine Arts di Brussel e La Villette  di Paris. Dopo una tournée tra i maggiori festival internazionali che ha toccato tappe come Vienna, Atene e Parigi, la performance (ormai tra le poche opere di Cartellucci fuori dal circuito della lirica) approda a Bologna in prima nazionale, come Special project di Art City Bologna 2020.

Il progetto, realizzato in collaborazione con MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna ed Emilia Romagna Teatro Fondazione, prevede quattro repliche in tutto, il 24 e 25 gennaio, alle 19 e alle 21, negli spazi di DumBO, l’area nata da un progetto di rigenerazione urbana condivisa dell’ex scalo ferroviario Ravone, in via Casarini 19 a Bologna. L’attesa assume un certo rilievo dal momento che Castellucci è tra i registi teatrali, autori e artisti visivi di ricerca più apprezzati (soprattutto all’estero), con un palmares d’oro in cui figurano, tra gli altri premi, un Leone d’Oro alla carriera dalla Biennale di Venezia nel 2013,  una laurea ad honorem in Discipline della Musica e del Teatro dall’Università di Bologna nel 2015, un Oscar della lirica 2018-19 per la Salome prodotta dal Festival di Salisburgo.

A Bologna, d’altronde, il regista è tra i più noti e amati, avendo tra l’altro trascorso molto tempo nel 2014, durante il bel progetto monografico che gli ha dedicato il Comune per la cura della Dramaturg del regista, Piersandra Di Matteo. Anche stavolta l’arte di Castellucci torna sotto le Due Torri non in una stagione ma per merito di un progetto speciale. Non su un palcoscenico, infatti, ma dentro uno spazio adibito a garage e con un’opera ispirata a Lo spirito dell’utopia di Ernst Bloch, un classico del pensiero filosofico contemporaneo, su testo di Claudia Castellucci e musica di Scott Gibbons.

In scena Sedrick Amisi Matala, Abdoulay Djire, Siegfried Eyidi Dikongo, Olivier Kalambayi Mutshita, Mbaye Thiongane. Tra simboli ancestrali e oggetti del presente, i fratelli celebrano un rito di rinascita, ma uno solo di loro parlerà per annunciare il futuro, una vita nuova che non potrà che nascere a partire dalla povertà della realtà, che saprà fare a meno di ogni cosa, di ogni valore, arte inclusa. Proprio riferendosi all’arte e alla tecnica, Bloch scrive: “Bisogna che d’ora innanzi l’arte si tenga lontana dall’uso e non ceda al basso richiamo del gusto, della stilizzazione edonistica della vita inferiore: deve dominare la grande tecnica, il lusso per tutti, il lusso democratico e ingegnoso che allevia la fatica e dà refrigerio, una ricostruzione della stella Terra che miri a eliminare la povertà, a trasferire la fatica sulle macchine, a rendere automatico e centralizzato l’inessenziale e perciò a rendere possibile l’ozio; e deve dominare la grande espressione che di nuovo diriga l’ornamento in profondità e conceda alla pena interiore, che risuona nel silenzio della preoccupazione esterna, i chiari segni della comprensione, i puri ornamenti della soluzione.”

Ne La vita nuova si respira infatti il senso di un inizio grazie a un gruppo di uomini che si separano dal loro mondo per rifarne uno migliore. “Migliore, rispetto a che? Al mondo da cui si sono separati, all’attività alienata, al lavoro stipendiato, alla politica e all’arte. Non credono più a queste forme della vita sociale. Nel garage c’è la pace della polvere, anzi c’è l’acuta malinconia dei teli copri-polvere che rivestono le numerose auto lasciate in deposito. Gli stridii degli pneumatici e gli eco delle lamiere sembrano gettare squarci di luce sulla potenzialità dei motori tenuti a riposo. Come belve in gabbia, queste auto sono le cellule del nuovo seme che i fratelli intendono seppellire. Nulla di fantasmagorico essi hanno nelle mani: non colori, non profumi, non meraviglie dei sensi. Nulla, o meglio, essi hanno questo desolato parcheggio di macchine inerti”.

La performance si svolgerà per un numero limitato di spettatori. L’ingresso sarà gratuito con coupon.