#laculturanonsiferma. Chotto Desh: Akram Khan fa sognare giovani spettatori

28 aprile 2020

Dai classici dell’antichità alla narrativa contemporanea, il tema della casa, del ritorno in patria e dell’importanza delle radici si ripropone con la forza immutata delle questioni eterne. Nessun posto è bello come casa, diceva Dorothy nel Mago di Oz; un paese ci vuole, scriveva Pavese nel suo romanzo La Luna e i Falò. Già, ma oggi in un mondo cross-culturale in cui le persone si muovono continuamente per ragioni economiche, politiche e climatiche, cos’è che si può davvero chiamare casa? Dov’è casa? È il luogo in cui si nasce? Quello in cui si vive? Quello da cui proviene la propria famiglia? Intorno a queste domande nel 2015 è nata Chotto Desh, una delle più belle creazioni, nonché l’unica indirizzata espressamente a un pubblico di ragazze e ragazzi, di Akram Khan, danzatore e coreografo pluripremiato tra i più noti sulla scena della danza internazionale (tra i momenti più celebri della sua carriera la creazione di una sezione della Cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Londra del 2012), di cui in Emilia-Romagna abbiamo già potuto applaudire creazioni indimenticabili come Bahok, TMOi e Kaash.

Il 29 aprile sarà proprio questo spettacolo rivolto agli spettatori più giovani e dall’altissima carica simbolica a inaugurare il palinsesto del nostro cartellone #laculturanonsiferma, per quel giorno interamente dedicato ai grandi interpreti della danza internazionale con un programma di trasmissioni ideato in collaborazione con Ater Fondazione in occasione della Giornata Mondiale della Danza promossa dall’International Dance Council dell’Unesco.

Basato su DESH, celebre assolo autobiografico del 2011 che raccontava molteplici storie di terra, nazione, resistenza e convergenza nel corpo e nella voce di un artista che cerca di trovare il suo equilibrio in un mondo instabile, Chotto Desh è un adattamento diretto da Sue Buckmaster, direttrice della londinese Teatre-Rites, compagnia votata al teatro ragazzi. Seguendo lo stesso principio e la stessa trama di idee, lo spettacolo si rivolge a un giovane pubblico a partire dai 7 anni, raccontando la storia di un ragazzo alla ricerca anche lui del suo equilibrio in un mondo complesso. Il tema delle radici è d’altronde particolarmente caro a Khan. Nato a Londra nel 1974, l’artista ha una famiglia originaria del Bangladesh e con queste sue radici ha fatto i conti fin da subito, anche artisticamente, rimanendo fedele al “kathak” classico indiano e interessandosi allo stesso tempo alla danza contemporanea.

In bengalese Chotto Desh significa “piccola patria”. Viaggiando su e già tra Inghilterra e Bangladesh, la trama di musica, danza parole e immagini (il magnifico visual design è di Tim Yip) fa precipitare i giovani spettatori nella foresta di ricordi e storie del protagonista interpretato dal performer Dennis Alamanos, e li accompagna così in una esplorazione profonda e intima del potere dell’animo umano di fronte alle avversità naturali. “Per i bambini – nelle parole di Sue Buckmaster – potrà essere una fonte di ispirazione per riflettere sulle proprie storie e magari arricchire la propria vita di verità e bellezza”. Ancora una volta infatti Akram Khan è riuscito a portare in danza le contraddizioni del nostro tempo, ma anche l’immensa ricchezza espressa dalla sua complessità e dalla multiculturalità che lo caratterizza.

In occasione della messa in onda dello spettacolo, Karthika Naïr, scrittrice franco-indiana, curatrice artistica e co-autrice (con Buckmaster e Khan) dei testi dello spettacolo tra cui compare anche la “favola della nonna” tratta da suo libro The Honey Hunter, ha scritto un testo che vi proponiamo per intero:

DESH – e Chotto Desh, la versione “giovane” adattata per un pubblico di famiglie – nasce da una promessa, fatta dal figlio alla madre. Anni fa, agli inizi della sua carriera, Akram Khan aveva promesso alla signora Anwara Khan che avrebbe dedicato una creazione alla sua Terra di nascita, il Bangladesh.

Era intenzione del coreografo mantenere tale promessa, ma la vita scorre veloce, altri progetti si presentano… Poi un giorno tutto ha inizio. Akram Khan incontra l’artista Tim Yip, personalità che apprezzava già da molto tempo. I due decidono di collaborare ad un futuro progetto, e proprio Tim Yip suggerisce un’esplorazione nelle radici della famiglia di Khan: il Bangladesh. È il momento giusto per mantenere la promessa. Di iniziare il viaggio.

Ed è proprio ciò che ha fatto. Il team creativo si è incontrato per la prima volta in Bangladesh,

viaggiando insieme per dieci giorni nel novembre 2010 per scoprire le molteplici voci, i volti e i luoghi che compongono il Paese.

In questo momento storico di isolamento fisico e pericolo senza precedenti, in cui i ricordi e la vicinanza emotiva e la bellezza sono le nostre bacchette magiche per stare meglio, ce ne siamo ricordati.

Oggi, dal momento in cui Chotto Desh verrà trasmesso in TV nel tentativo di condividere con il pubblico qualcosa che a noi ha regalato immensa gioia e calore, ci sembra opportuno trasmettere anche i nostri ricordi di quelle voci e di quei volti che hanno composto DESH e Chotto Desh sia in modo visibile che invisibile.

Dacca, una metropoli inarrestabile, strade multicolori, traffico intenso e pedoni intrepidi. I villaggi sovraffollati, le ampie zone rurali, i bambini che giocano a carrom. Le tonalità del cielo che scorre lungo il fiume Modhumoti, i pescatori di lontre che cavalcano le sue correnti. Le banchine di Sadarghat, con le industrie di costruzione e demolizione delle navi, brulicanti di lavoratori immigrati alcuni a malapena adolescenti i cui martellamenti e colpi scandiscono il paesaggio sonoro dello spettacolo.

Ruby Ghuznavi, promotrice del tessile ecosostenibile, si è dedicata per anni alla conversazione della tecnica tradizionale della tessitura e della colorazione naturale schiacciata dai colossi coloniali e industriali dei tessuti e coloranti sintetici. I tessitori e le tintorie di Aranya Crafts, maghi che ci hanno incantato con un semplice movimento del polso, trasformando un filo incolore in un blu vivace, un verde insolente o un tenero rosa. I fiori, le spezie e i minerali che hanno prodotto gli incantesimi: indaco, corallo, gelsomino, cardamomo, robbia…

Il compianto Tareque Masud, regista del film Matir Moyna (Clay Bird), vincitore del premio “Fipresci”, ci ha ospitato a casa sua per una cena sontuosa e una proiezione privata del suo film ancora non pubblicato, Runway, uno sguardo silenzioso sul sorgere dell’estremismo religioso, a livello intergenerazionale e dei conflitti personali che sfociano nella violenza pubblica.

Shahidul Alam, grande fotografo e attivista dei diritti umani. Drik, e la sua organizzazione multimediale e la galleria d’arte che conserva un archivio visivo della guerra di liberazione e di alcuni momenti salienti della storia nazionale; l’assedio di Dacca, le proteste delle comunità espropriate come i Chakmas, oppure in tempi più recenti le peripezie dei Rohingyas nei campi di rifugiati.

E poi le persone che non abbiamo incontrato ma le cui storie fatte di resilienza e coraggio hanno alimentato la nostra fantasia. Due in particolare, dei quali ci è stato raccontato tramite le fotografie e le ricostruzioni di Shahidul in un luminoso pomeriggio invernale a Dacca.

Juhi, la ragazza sfacciata e coraggiosa originaria di una tribù delle Colline di Chittagong che lavora in nero come un software di risoluzione dei guasti. Il suo nome – così come la sua telefonata con Akram – è stato inventato per lo spettacolo, ma la persona è reale: un’anonima ragazza di grande ispirazione di cui è stata scritta la storia, a noi raccontata, da Shahidul.

Noor Hussain, il martire dell’assedio di Dacca del 1987 quando i cittadini uscirono per strada chiedendo la fine del governo militare.

Shahidul ci ha mostrato l’ultima immagine di Noor – pugno alzato, le parole Democrazia libera in bengalese scritte sulla schiena – che prende nuova vita nello spettacolo, attraverso la dinamica coreografia di Akram Khan, l’animazione della protesta creata dal collettivo artistico Yeast Culture e la colonna sonora di Jocelyn Pook, e in sottofondo i canti della gente, come ricordato e ripreso da Leesa Gazi – che in quelle strade nel 1987 era davvero presente.

Grazie a tutti loro abbiamo avuto la fortuna di trovare un tesoro di ricordi, collettivi e individuali da prendere in prestito, rimodellare e reinventare. Grazie alle esperienze e alle emozioni che con noi hanno generosamente condiviso, abbiamo potuto immaginare una storia in cui Akram Khan adulto affronta la resistenza del suo ‘io’ bambino nei confronti del suo Paese natio, rivive la diatriba tra le aspettative dei genitori e i sogni personali. Una storia in cui un immaginario ‘io’ bambino trova una soluzione in una fiaba raccontata da una nonna. Storia, ricordo e un mosaico di tradizioni salutano i bambini che eravamo e gli adulti che ci sforziamo di diventare.

Potrebbe non esserci tempo più adatto di questo per assaporare quel viaggio nella nostra vita, unico per ognuno di noi.