#laculturanonsiferma. Due serate con Ascanio Celestini

28 marzo 2020

 

In tempi di Covid-19 la cultura non solo non si ferma, ma si mostra in tutto il suo valore, fuori dalla retorica dell’intrattenimento, come avamposto per continuare a porsi domande, per vivere un momento privo di precedenti nella storia recente senza perdere di vista il senso dell’umanità e delle scelte che si compiono per se stessi e per la comunità. Tra le molte voci di artisti, intellettuali e filosofi, nel cartellone culturale #laculturanonsiferma si leva quella di Ascanio Celestini, voce intelligente, autorevole, da sempre impegnata e amatissima dal grande pubblico. In collaborazione con ERT Fondazione, l’attore, drammaturgo e regista leggerà il brano da lui scritto in questi giorni, Il camminatore, sabato 28 marzo alle 21, e i tre testi Secondo Matteo, Bologna e Pinelli, domenica 29, sempre alle 21.

I video racconti, registrati dall’artista nella sua casa a Roma, saranno trasmessi come di consueto su Lepida Tv ed Emilia Romagna Creativa (in questa pagina). Celestini è stato tra i protagonisti della felice stagione del teatro civile e di narrazione che ha spopolato sulle scene tra gli anni Novanta e i primi duemila, ma la sua radicale fedeltà al mondo degli ultimi, che ha sempre voluto raccontare attraverso il teatro, ne ha fatto un emblema non tanto di una forma quanto di un pensiero militante su memoria, storia recente e immaginario collettivo.

Com’è solito fare, dunque, anche ne Il Camminatore. Due vite ai tempi del contagio, l’attore raccoglie storie dalla realtà che lo circonda, che entrano a far parte di un ingranaggio più ampio, lo scorrere quotidiano degli eventi, di cui anche la noia fa parte, come scrive lui stesso: Trovo che il lavoro degli antropologi sia straordinario. Partono e attraversano il mondo. Vivono anni tra gli indigeni di paesi che hanno nomi che da questa parte del pianeta non riusciamo a pronunciare. Ma quanto è lontano l’altrove? E sarà possibile tornare indietro? Dunque gli antropologi ci pongono davanti a questo dilemma. Cercare l’altro in un altrove lontano o approfondire la sua conoscenza in noi stessi, nell’altrove che ci portiamo dentro. In più di vent’anni io mi sono mosso pochissimo. Ho scelto questa seconda opportunità. Ho raccolto storie tra le persone della mia famiglia, del mondo al quale appartengo. Cercando di prendere delle piccole storie e giocarci come con un ingranaggio che funziona da sempre, ma nel quale finisce qualcosa di estraneo che lo fa incagliare. Così i due personaggi di questa piccola storia si sono relazionati per tutta la vita in maniera tale da incastrarsi perfettamente. Anche la noia fa parte del procedere quotidiano. Finché arriva il parassita del quale si parla alla televisione. Un estraneo non previsto. Non serve conoscere come va a finire. Basta intravedere il destino all’orizzonte. Cos’è Covid-19? Qual è stato il giorno nel quale ci siamo accorti che il parassita è entrato nei nostri discorsi? Ha sparecchiato la tavola delle prime pagine dei giornali, azzerato le polemiche. Nell’ordine del giorno è diventato il primo punto e successivamente l’unico. Dalla mattina alla sera è il centro di ogni discorso. Persino le trasmissioni televisive che parlano di cibo lo hanno messo al centro. I grandi cuochi, quelli che attraversano orizzontalmente tutto il panorama della comunicazione commerciale, ora stanno chiusi in casa a suggerirci piatti caserecci adatti alla quarantena. Anche io sto chiuso in casa. Prendo i miei personaggi, quelli che abitano la borgata nella quale sono nato e vivo. Li incontro attorno al mio tavolo, li sento parlare in cuffia dalle registrazioni che ho fatto negli ultimi vent’anni. Lyda e il Camminatore mi pare che possano muoversi a poche centinaia di metri fuori dal Grande Raccordo Anulare. Tra i centri commerciali e il Policlinico dove una pizzeria a taglio diventa un presidio di umanità, il bar una sponda per chi gira senza meta e le lunghe camminate tra marciapiedi e strisce pedonali un atto di resistenza”.

I tre racconti in programma domenica 29 marzo ripercorrono invece fatti di cronaca e storia italiana con parole che parlano di perdita e che danno vita a una profonda riflessione sull’oggi, sulla quotidianità che viviamo e che inevitabilmente non riusciamo a guardare con distacco. Si comincia con Secondo Matteo, tratto dallo spettacolo Io cammino in fila indiana, dove Celestini prova a togliere alla cronaca tutti i sottintesi che ci permettono di comprenderla e di relegarne il senso al solo presente: “mi sono messo a scrivere cercando di parlare delle problematiche del presente senza ancorarmi alla cronaca. I Berlusconi o Bush o Putin (ma potevano essere anche Giolitti, Fanfani o Talleyrand) sono diventati individui di fantasia, ma fatti della loro stessa sostanza. L’epidemia che scoppia nel piccolo paese non è in particolare Covid-19, il disastro ecologico di questi ultimi decenni, né la violenza delle classi dominanti in particolare, ma riassume tante differenti cause che portano allo smembramento del corpo sociale”.

La seconda parte della serata è dedicata a Pinelli e Bologna, due brani tratti dall’ultimo spettacolo Barzellette. Nel raccontare due avvenimenti che hanno segnato la storia italiana, la morte di Giuseppe Pinelli e la strage di Bologna appunto, l’autore ha sottratto il sentimento di rabbia che accompagna la loro narrazione. “Quando raccolgo storie di persone che sono morte prematuramente – spiega – mi capita spesso di ascoltare amici e parenti che lamentano la perdita di un futuro per i loro cari scomparsi. Raccontare Pinelli che precipita verso il cortile della Questura e gli 85 esseri umani fatti a pezzi il 2 agosto 1980 non significa solo ricordare ciò che sono stati, ma anche ciò che non sono potuti essere, il futuro che gli è stato negato. I sopravvissuti rimpiangono soprattutto questa mancanza che non somiglia al vuoto, che può essere riempito, ma al nulla”.