#laculturanonsiferma. La canzone di Giasone e Medea

09 aprile 2020

Dopo la Locandiera, Antigone e gli Svenimenti di Checov, lo Speciale Belle Bandiere proposto da #laculturanonsiferma continua con una serata dedicata al mito di Medea. Un altro grande classico, dunque, che arriva dall’antichità eppure calca i palcoscenici contemporanei come fosse stato scritto oggi, per raccontare passioni e sentimenti del nostro tempo. Potere dei classici, appunto, ovvero di quegli autori che sanno sondare l’anima fino a toccarne la radice eterna e universale fissandone per sempre alcune forme e colori in canto, poesia, dramma.

In effetti sono innumerevoli gli allestimenti, le riletture e gli adattamenti del testo euripideo, ma quella messa in campo dalle Belle Bandiere non è una regia, bensì una ricognizione delle tracce raccolte e lasciate dall’opera. Un’immersione dentro un mondo di figure e simboli, un viaggio dentro la costellazione letteraria del mito, a partire appunto dal capolavoro di Euripide per poi risalire alle sue fonti, da Apollonio Rodio a Seneca, e scoprirne l’eredità raccolta da autori come Franz Grillparzer e Jean Anouilh.

Lo spettacolo, che andrà in onda su Lepida TV ed EmiliaRomagnaCreativa il 9 aprile, è nato nel 2016 sotto il titolo La canzone di Giasone e Medea. “Lo chiamiamo Canzone – hanno spiegato Elena Bucci e Marco Sgrosso – per trovare partecipazione e distanza, per sentire il valore dell’antichità che si rinnova di generazione in generazione, per commuoverci con l’intensità con la quale ascoltiamo la musica che ci segna la vita”.

Il mito, com’è noto, narra la vicenda di Medea, sventurata maga della Colchide, la quale per vendicarsi dell’abbandono subito da parte del suo amato Giasone (deciso a sposare la figlia del re Creonte per ereditarne il trono) arriva ad ammazzare i propri stessi figli. Si arriva a uccidere per troppo amore? O forse per troppo poco amore? Questioni brucianti, ,ma non è tutto qui. Le parole di Euripide e le successive riscritture del mito introducono temi che toccano profondamente il presente: i diritti degli esuli in terra straniera, la violenza del potere nella polis e tra gli individui, la differenza tra amore e possesso, il valore della parola data, il sospetto verso le arti magiche e il timore della conoscenza.

Scavando nelle parole di molti altri autori si risollevano domande fondamentali: Medea è una strega capace di ordire inganni e pronta a sacrificare i suoi stessi figli, pazza di dolore per l’abbandono del suo uomo? Giasone è uno sposo cinico e traditore che calcola i vantaggi di un matrimonio regale? E quanto può il coro conciliare le ragioni di entrambi per trasformare il dolore in coscienza tra l’insidia della passione e la faticosa ricerca della saggezza?

D’altronde quello portata in scena da Bucci e Sgrosso con Daniela Alfonso, Nicoletta Fabbri e Filippo Pagotto è un vero e proprio canto che narra di un amore che si trasforma in odio conducendo alla morte e per farlo gli attori indossano maschere contemporanee (realizzate da Stefano Perocco di Meduna) che mescolano i tratti della tradizione italiana con quelli di antiche culture. S’indagano così le molte versioni di una stessa storia e le ragioni diverse dei personaggi. “Sospendiamo il giudizio – raccontano gli autori – per cercare il ritmo che commuove e guida verso una possibile saggezza”.