#laculturanonsiferma. Speciale 25 aprile || Il Bue Nero. O della cattiva coscienza degli italiani

24 aprile 2020

Cosa resta dei grandi fatti della storia civile quando i corpi che l’hanno segnata, vissuta, testimoniata (o negata) non ci sono più? Oggi, per esempio, a un passo dalla scomparsa definitiva di tutti i testimoni dell’abominio dei lager nazisti, la questione di chi ricorderà e come quell’esperienza atroce che ha mutato per sempre il volto del mondo si fa irrimandabile, scatenando guerriglie politiche intorno alla “titolarità” della memoria, e perfino alla opportunità o meno di viaggi studenteschi ad Auschwitz.

Di fronte al timore di un possibile dilagare di un negazionismo o di un revisionismo storico, come pure alla necessità di ritrovare nel presente i segni di ciò che è stato con la fiducia di una Storia che sconfessando la tradizione possa finalmente fare da maestra, sono molte le esperienze artistiche e letterarie che si fanno carico di tramandare la memoria di chi ha vissuto direttamente, sul proprio corpo, l’orrore, e di difenderne l’autenticità della parola. È il caso di Il Bue Nero della giovane compagnia (S)Blocco5, che ha vinto il Bando per la Memoria del Novecento della Regione Emilia-Romagna e che entra a far parte del cartellone #la culturanonsiferma in occasione dello Speciale 25 aprile (su LepidaTv alle 19:45).

In Il Bue nero. O della cattiva coscienza degli italiani, più che alla storia dei fatti Yvonne Capece, regista del gruppo, insieme al dramaturg Marzio Badalì e a Micol Vighi che cura scene e costumi, guardano subito alla storia emotiva, alla colonna vertebrale della società del tempo su cui si concentrano le loro ricerche tra saggi, documenti e testimonianze, ovvero alle evoluzioni della coscienza, a quella morale ballerina che ha caratterizzato il pre e il post fascismo e che sembra inscritta nel dna umano, o almeno in quello italiano. Il Bue nero infatti, come spiegano gli autori, è una Body History, “un viaggio nei corpi e nella coscienza degli italiani, nel rapporto che hanno creato con i corpi e i luoghi, con la memoria dei morti e con i leader vivi, nel trattamento riservato al corpo, vivo o morto, dall’omicidio di Matteotti fino all’esposizione dell’ingombrante cadavere storico di Mussolini, pericoloso tabù negli anni della fondazione dell’identità repubblicana”.

Spingendo sui toni del grottesco, tipici di un teatro che prova a capire, analizzare, spiegare, intervenire, lo spettacolo riflette sulle incongruenze della natura umana, mettendo al centro una delle carcasse illustri del Novecento, quella del Duce appunto, “un corpo enorme, invasivo – spiega la regista – che ha dominato per vent’anni lo scenario politico ed emotivo degli italiani, e che anche da morto è riuscito a mettersi di traverso e sbarrare la strada alla democrazia. Questo lavoro riflette sull’ingombranza del corpo del dittatore, e sul peso esercitato sulla coscienza degli italiani, raccontato attraverso una successione di quadri onirici – grotteschi e simbolici – che rendono lo spettacolo più simile a un viaggio nelle anime d’Italia che nei suoi eventi storici”. In scena Elisa Petrolini e Nicola Santolini danno vita perciò a una babele di personaggi, a una lunga processione di “fantasmi della vergogna”.

Il Bue nero è una produzione di (S)Blocco5 con il contributo di Regione Emilia-Romagna in partnership con Elsinor Centro di Produzione Teatrale e AICS Bologna.