Madre delle Albe risuona nel Teatro di Leo

08 ottobre 2021

La nuova creazione del Teatro delle Albe intitolata Madre e interpretata da Ermanna Montanari sarà dall’8 all’11 ottobre al Teatro San Leonardo di Bologna, il teatro che fu di Leo de Berardinis. Nello speciale progetto – secondo appuntamento della rassegna Matria. Immaginari della maternità contemporanea promosso da Ert – nato dalla volontà comune di tre artisti di incontrarsi in un progetto condiviso, la voce inconfondibile di Montanari incontra altri due linguaggi straordinari. Lo spettacolo, infatti, è frutto della collaborazione tra l’attrice e autrice con il pittore e illustratore Stefano Ricci e il compositore e contrabbassista solista Daniele Roccato. A partire dalla drammaturgia scritta per loro da Marco Martinelli, i tre artisti s’incontrano sulla scena di Madre intrecciando i disegni live di Ricci, le sonorità vocali del “dialetto di ferro” di Montanari e quelle del contrabbasso di Roccato per dar vita, parola e sostanza emotiva a un dittico per due voci che non si incontrano mai e consumano nel soliloquio l’impossibilità di un dialogo tra una madre precipitata in un pozzo profondo e un figlio che non riesce o non vuole salvarla.

Sullo sfondo di un desolato paesaggio in cui il figlio rimprovera la madre mentre cerca strategie surreali per salvarla e la madre confessa di non sentirsi poi così a disagio in fondo al pozzo, si staglia l’allegoria di una Madre Terra sempre più avvelenata, l’incubo di una tecnologia e di un futuro arroganti e forieri di distruzione: argomenti, questi, assai cari al drammaturgo delle Albe. Il precipitare della madre mette infatti in crisi l’idea stessa di creazione e generazione offrendo così ai protagonisti e a noi l’opportunità di ripensare da capo il proprio modo di mettersi in relazione con il mondo, il proprio modo di mettersi in ascolto con gli altri ma anche con sé stessi e con la propria voce più profonda, come racconta nella sua nota Montanari: “Dvintarei cóma me, diceva ogni sera attorcigliando la cinta del suo grembiule attorno alla mia vita, al ritorno dai campi, e borbottava sempre la stessa formula con un ritmo salmodiato: Acsè e’ mêl u’t starà luntân. Ma io non volevo diventare come lei: era vecchia, aveva mani grosse e dure e il loro tatto spesso mi dava i brividi; la gente diceva che era una strega perché parlava coi morti. Aveva un gran dolore di essere viva, e il pozzo, a cui si affacciava agitando nell’aria i suoi lunghi capelli bagnati, sembrava il posto dove poteva essere quel che non era. A volte mi sollevava da terra per farmi guardare in fondo al pozzo: A vidat? Làzou j’è e’zil. Ma non era vero, non c’era il cielo, solo un gran buio, un’eco assordante del boato della nostra voce, appoggiata là sul bordo. Da bóca a bóca: era il segnale per recitare insieme il rosario in latino, o in una lingua inventata, perché Nora, questo il suo nome, non sapeva nemmeno l’italiano, e il dialetto lo parlava a rovescio quando proprio non voleva farsi capire. Ma io la capivo, senza volerlo, proprio come se un’energia radioattiva mi volasse dentro. Cosa cercava la nonna nei pozzi? Forse quello che io cerco con la voce, nella voce, quello che Daniele cerca con la musica, dentro la musica, quello che Stefano insegue nel disegnare. Il pozzo è una calamita, naturale esserne attratti.