“Perché Dio creò l’imperfezione?”. Nella Valle dell’Eden di Latella

31 ottobre 2019

Il titolo originale del capolavoro che John Steinbeck diede alle stampe nel 1952, e da cui nel 1955 Elia Kazan trasse un celeberrimo film con James Dean, era A Est di Eden, ovvero a est del giardino dell’Eden, là dove secondo la leggenda biblica Caino (con la sua progenie), fu costretto a vivere dopo aver ucciso il fratello Abele per gelosia. Nell’opera dello scrittore statunitense premio Nobel nel 1962, che finì poi per essere intitolata La Valle dell’Eden, quell’est maledetto corrisponde simbolicamente alla valle percorsa dal fiume Salinas nella California settentrionale, ed è lì che in un tempo che va dalla Guerra civile alla Prima guerra mondiale è ambientata la saga che vede protagonista tre generazioni della famiglia Trask, alle prese con una vita che sembra eternamente segnata da un male inestirpabile.

Geniale interprete e “riscrittore” dei più grandi testi della tradizione classica e contemporanea, da Euripide a Goldoni, da Eduardo a Fassbinder, per la sua nuova produzione in collaborazione con Ert (con la co-produzione del Metastasio di Prato e dello Stabile dell’Umbria), Antonio Latella si è confrontato per due anni con quest’opera straordinaria che riflette profondamente sull’eterno, irriducibile conflitto tra bene e male, un’epopea che poggia le sue basi nella Bibbia, sul racconto di Caino e Abele, come indicano i nomi dei fratelli protagonisti del romanzo, Charles Trask e Adam Trask, che a sua volta chiama i suoi due gemelli, Caleb e Aaron. Dal lungo lavoro di ricerca e riscrittura con Linda Dalisi, su quel libro monumentale che lo stesso Steinbeck riteneva il suo “unico libro mai scritto” è nato uno spettacolo evento composto di due parti, in scena in prima assoluta al Teatro Arena del Sole dal 6 al 17 novembre.

Al centro dell’adattamento, che si concentra sul percorso di vita di Adam Trask (figlio di un padre che lo costringe ad arruolarsi e andare in guerra, fratello in disputa nell’affrancamento dai legami familiari, poi marito desideroso del suo Eden, infine egli stesso padre di due figli) non ci sono né tesi né risposte, ma domande. “Ma perché il Dio che tutto sa creò l’imperfezione al centro del suo Eden? Solo per essere chiamato? Ma che cos’è un nome? E perché un istante dopo che si viene al mondo, ancor prima che il lamento del nascituro possa divenire parola, abbiamo bisogno di un nome?” Parte da qui il lavoro di Latella, che ancora una volta coglie l’occasione di attraversare grandi testi letterari per interrogarsi sulle questioni fonde della vita e dell’arte. Non solo sulla folle girandola che vede l’uomo eternamente intricato tra bene e male – con la sola consolazione del libero arbitrio che lo distingue dalle altre specie donandogli la possibilità di scegliere cosa essere e come, e quindi di sottrarsi in qualche modo all’“albero genealogico della colpa” – ma anche sul senso del suo scrivere la scena a partire da certe pagine e non da altre.

“Steinbeck ha detto che chi scrive ha il dovere di incoraggiare, illuminare e dare sollievo alla gente. Registicamente – spiega infatti Latella – ho sentito il bisogno di un confronto serio e profondo con la letteratura, per capire dove è il limite tra letteratura e prosa, o meglio se esiste un ostacolo tra la perfezione di un romanzo capolavoro, come La valle dell’Eden, e l’imperfezione della creazione per il palcoscenico, dove tutto nasce per essere immediatamente dimenticato e non restare come testimonianza dell’uomo e quindi del suo Dio creatore. […] Oggi so che ci vuole una buona dose di presunzione per recitare o interpretare parole che non mi appartengono, ed è per questo che scelgo un confronto con la letteratura e non con la prosa, forse per cercare un azzeramento che mi allontani dalla spettacolarizzazione della parola e mi riporti all’essenza; verso quell’atto maturo e responsabile di scegliere un nome da dare ai nostri figli, e semplicemente dirlo, o chiamarlo, lontano dalla parola recitata per giustificare il nostro mentire quotidiano”.

La storia portata in scena da Michele Di Mauro, Christian La Rosa, Emiliano Masala, Candida Nieri, Annibale Pavone, Massimiliano Speziani ed Elisabetta Valgoi, con le scene di Giuseppe Stellato, i costumi di Simona D’Amico, le luci di Simone De Angelis e musiche e suono di Franco Visioli, attraversa tre generazioni a cavallo tra’800 e ’900, e si svolge nella valle del Salinas, un luogo carico di una “oscura violenza”. Del romanzo, dello spettacolo e delle costellazioni di significato ad essi legate si rifletterà anche in una serie di appuntamenti collaterali: la proiezione in Sala Cervi (6 novembre 17.30) de Il Petroliere di Paul Thomas Anderson, un incontro con la compagnia il 7 novembre alle 18.30 all’Arena del Sole, e l’ultimo appuntamento del ciclo di lettura a puntate dedicata al romanzo in questione, il 14 novembre alle 18.30, sempre all’Arena.