I segreti dell’amore, secondo Pinter e Akròama

30 ottobre 2018

Quando si pensa ad Harold Pinter, Premio Nobel per la letteratura nel 2005, si pensa subito a capolavori conclamati come Tradimenti, Il Compleanno, o Il Calapranzi, ma la produzione del drammaturgo, regista e poeta britannico, tra i grandi maestri del novecento, scomparso appena una decina di anni fa, è ben più ricca, in gran parte ancora da scoprire sui nostri palcoscenici. Tra i testi considerati “minori” c’è L’Amante, un testo che Pinter ha scritto nel 1962, eppure profondamente attuale, per le corde che ancora fa vibrare nel pubblico degli anni duemila, e per l’assenza di riferimenti e indicazioni a costumi precisi del tempo in cui è stato scritto. Tra gli altri, ne avevano dato una propria versione, qualche anno fa, Elena Bucci e Marco Sgrosso, e poi è sporadicamente riapparso sulle scene, soprattutto come esercizio di regia di giovani compagnie.

Vi si cimenta adesso Akròama compagnia cagliaritana di teatro contemporaneo, diretta da Lelio Lecis, che presenta la propria messinscena de L’Amante a Teatri di Vita dal 2 al 4 novembre (il 4 novembre in programma anche un incontro con il pubblico alla fine della replica), nella stagione ‘Femminile tangenziale’. Dopo spettacoli come La casa della madre, Stanza con giardino e Il paese del vento, la compagnia cagliaritana torna sul palcoscenico del teatro di via Emilia Ponente, con due soli attori in scena, Lea Karen Gramsdorff e Simeone Latini, protagonisti della vicenda di una coppia che fonda la propria relazione sulla necessità di continui tradimenti, dichiarati e condivisi apertamente, come ricetta quasi scientifica di una storia non di ipocrisia, ma d’amore, che si nutre di curiosità ed evasione. “Se a questo gioco sul filo del rasoio si gioca insieme – sottolinea infatti il regista – non si rischia l’ipocrisia, ma si rischia un pericoloso amore. Solo all’apparenza questo degli ‘amanti’ è un matrimonio ipocrita, in realtà è un matrimonio onesto, che sussurra: tu mi basti ma se giochiamo ad essere tanti altri”. Ma quanto può durare? E quanto vale davvero, per entrambi, questa convinzione? Esiste nel gioco dell’amore un pacifico finale al quale tendere per vivere insieme felici e contenti?

Non dà risposte il testo di Pinter, ma scortica il perbenismo, senza giudizi né moralismi, come tutti le opere del maestro del Teatro dell’Assurdo, capace di congegnare giochi al massacro sullo sfondo di un mondo piccolo-borghese, in cui i personaggi sono concentrati a tempo pieno sulla propria insanabile infelicità, e di raccontare, attraverso il nonsense che muove le loro vicende, il baratro che si nasconde dietro le chiacchiere di ogni giorno, l’assenza di una direzione e di un sole a cui guardare, l’impossibilità delle relazioni, il destino ineluttabile di monadi solitarie in cui ci siamo intrappolati.