Soli, spaesati e beffardi. Il presente secondo Calamaro

15 aprile 2019

Non ci sono cornici storiche in bella vista, né dichiarazioni di impegno civile o fatti di politica urgente e di attualità televisiva o giornalistica, nei mondi creati da Lucia Calamaro. Abbondano gli interni, semmai, popolati da famiglie, coppie, donne e uomini soli alle prese con vicende del tutto personali. Ed è proprio attraverso figure straordinariamente malinconiche e riflessive, che camminano non dentro, ma accanto alla vita, tragicamente e ironicamente, che la drammaturga italiana, tra le più applaudite in Italia e in Francia, riesce a raccontare il sentimento forse nodale del XXI secolo: lo spaesamento.

Lo suggerisce appieno il titolo della sua ultima fatica Si nota all’imbrunire. Solitudine da paese spopolato, coprodotto dalla Cardellino con il Napoli Teatro Festival e il Teatro Stabile dell’Umbria, in arrivo il 15 e 16 aprile al Teatro Bonifazio Asioli di Correggio, poi dal 17 al 19 aprile, alle 21, all’Arena del Sole di Bologna e il 20 aprile allo Spazio Tondelli di Riccione. Protagonista un attore noto e amato del teatro ma soprattutto del cinema italiano: Silvio Orlando, volto indimenticabile di innumerevoli film d’autore tra cui “Il Portaborse” e “La Scuola” di Daniele Lucchetti e  “Il Caimano” di Nanni Moretti, proiettati per l’occasione dalla Cineteca di Bologna rispettivamente il 14, 18 e 19 aprile.

È lui l’uomo solo, perennemente in pantofole, appartato in una casa di campagna all’inizio di un villaggio spopolato, dove vive da tre anni in preda a un buon numero di idiosincrasie e fissazioni. Giunti a casa sua per organizzare la messa dei dieci anni dalla morte della mamma, i figli Alice, Riccardo e Maria, e il fratello maggiore Roberto (dai nomi reali degli attori Alice Redini, Riccardo Goretti, Maria Laura Rondanini e Roberto Nobile) dovranno fare i conti con il fatto che quest’uomo, tra le varie manie, ne ha sviluppato una piuttosto grave: non vuole più camminare, vuole stare seduto il più possibile e da solo. Una metafora, come spesso avviene nel teatro della Calamaro, dello stato mentale del protagonista, che rifiuta di aderire con solerzia ai dettami della vita concreta e si perde dietro i rivoli dei suoi pensieri, i quali però, quadi sempre, diventano ossessioni. Tra tentativi di smuoverlo e rivendicazioni, il weekend di famiglia si trasforma in una resa dei conti, non tanto tra padri e figli quanto, piuttosto, tra la realtà e i desideri, grazie a una scrittura che cavalca poco il pathos e molto l’acutezza ironica, un registro in cui Orlando, come pure gli altri straordinari attori, si muove a suo perfetto agio. “La morte e il lutto ricorrono nelle drammaturgie di Lucia Calamaro – scrive infatti Gerardo Guccini, curatore per La Soffitta di un progetto di approfondimento sulla scrittura dell’autrice – tuttavia l’ironia, ancor più del lamento oppure dell’autoanalisi, caratterizza le sue voci bizzose e refrattarie a seppellirsi in un sentimento, in una rifessione, in un’espressività a senso unico. Sono, queste sue voci, continuamente consapevoli del fatto che la vita transitoria d’ogni momento è un rigoglioso e beffardo antidoto alla tragicità dei destini, che pure la inglobano (senza però domarla)”. Se ne parlerà il 16 aprile al DamsLab in occasione della presentazione delle più recenti pubblicazioni dedicate all’opera di Calamaro (alle 16) e durante la conversazione-lettura La vita in prosa condotta dalla stessa drammaturga (alle 19).